5 ago 2010

La mia posizione sulla questione Dio.

Approfitto della risposta che ho dato a un utente incontrato su un blog filosofico, per esprimere la mia posizione su Dio (o almeno su alcuni aspetti della questione). Copioincollo il pensiero di quell'utente, sul quale ho riflettuto un po' (mai abbastanza) e a cui ho voluto rispondere:

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"Il mio cammino è stato opposto perchè ebbi una educazione religiosa; il mio dissociarmi dalla fede è avvenuto come fatto evolutivo di un ragionare continuo; per cui ora credo in Dio perchè penso che sia la causa prima di un effetto che percepisco con i miei sensi.
Certamente non ho la fotografia del momento dell' *origine* di tutto ciò che ci circonda, ne dell' Autore di questo, ma la mia logica si rifiuta di accettare che il caso sia l' artefice di *tutta questa meraviglia*, che manifesta una raffinatissima intelligenza."

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Questo è il suo pensiero. Per rispondere e rendere la cosa più agile, divido il suo intervento in 3 punti:

1) “Il mio cammino è stato opposto perchè ebbi una educazione religiosa; il mio dissociarmi dalla fede è avvenuto come fatto evolutivo di un ragionare continuo”...

Benissimo, la strada è quella giusta. Anch'io, dopo dieci anni di scoutismo cattolico, ho intrapreso senza rancore la strada della filosofia, che mi ha serenamente condotto ad una posizione ateistica.

2) … per cui ora credo in Dio perchè penso che sia la causa prima di un effetto che percepisco con i miei sensi.

Ecco il problema: la causa prima. Torniamo così alle dimostrazioni e ai postulati medievali, che tentavano la dimostrazione di Dio con supponenti ragionamenti “logici”! Non ci siamo... Ovvero: supporre la causa prima è cosa buona e giusta, ma a patto che il nostro approccio sia:

  • moralmente neutro: il Creatore non è “buono”, come credevano gli pseudo-filosofi medievali e tutti i padri della Chiesa: i concetti di “buono” e “cattivo”, rispetto alla Creazione, non hanno alcun senso: sono “Umani, troppo umani”, direbbe Nietzsche;
  • scientificamente umile, cioè probabilistico, possibilistico e non-dogmatico: pronto cioè a subire correzioni e smentite. Se anche credessi che Dio è il “big bang”, ti troveresti dinanzi a fior di teorie (valide QUANTO le altre teorie cosmogoniche) che ipotizzano il nostro universo come un “sottouniverso” di universi più grossi, potenzialmente infiniti, in un'infinita e potenzialmente ETERNA catena evolutiva (che noi, microbi nell'universo, non riusciamo neanche a supporre e immaginare). Quindi il benedetto “dito indice” che dà origine all'Universo non è assolutamente una certezza, ma solo un disegno che si trova nella Cappella Sistina. Figurati se poi è stato un signore con la barba bianca e la voce tonante a dare origine a tutto... (non sto sfottendo te, vado solo punzecchiando la “religiosità” media della popolazione mondiale, che davvero crede ancora a simili baggianate).

3) Certamente non ho la fotografia del momento dell' *origine* di tutto ciò che ci circonda, ne dell' Autore di questo, ma la mia logica si rifiuta di accettare che il caso sia l' artefice di *tutta questa meraviglia*





















Parli di "Meraviglia", bene. In Triennale mi sono laureato con una tesi sul panteista Spinoza, avversario implacabile della religione superstiziosa, ma non definibile come “ateo” in senso stretto. Nell'Etica egli dà la sua definizione di Dio e di “amore” divino (qualcosa di vicino alla meraviglia di cui parli). Questo sentimento di “lettura tra le righe” del Creato credo di averlo ben espresso in un mio breve elaborato sull'argomento. Ti riporto la parte saliente, dando voce a Russell e Einstein a proposito di questo sentimento di piacevole “constatazione” del Tutto, cui anche noi apparteniamo:

«Benché sia vero che uno degli obiettivi della scienza è scoprire regole che permettano di associare tra loro i fatti e prevederli, questo non è il suo solo scopo. Essa cerca altresì di ridurre i nessi scoperti al minor possibile di elementi concettuali indipendenti l'uno dall'altro. È in tale sforzo di unificazione razionale del multiforme che essa incontra i maggiori successi […] Chi abbia conosciuto l'emozionante esperienza dei processi andati a buon fine in questo ambito, è mosso da profonda reverenza per la razionalità evidenziata nell'esistenza. Attraverso la conoscenza [l'uomo] consegue un'emancipazione di vasta portata dai ceppi delle speranze e dei desideri personali, e con ciò perviene a quell'atteggiamento di umiltà mentale verso la grandezza della ragione incarnata nell'esistenza». (Einstein)


Gli echi spinoziani sono incredibilmente evidenti: un amore pieno, umile e reverente è vivo sulla pelle di uno dei maggiori scienziati di sempre. Altrove Einstein parlerà anche del «piacere della bellezza della creazione artistica e delle concatenazioni logiche del pensiero». Ancora una volta troviamo accostate: la causalità (riconoscibile nel creato) ed il sentimento; la conoscenza e l'emozione.
Un altro uomo di scienza (comunemente ritenuto filosofo), Bertrand Russell, rafforza queste nostre considerazioni:

«l'amore intellettuale di Dio è una fusione di pensiero e di sentimento: credo si possa dire che consista nel vero pensiero misto alla gioia d'apprendere la verità, [gioia che] è intesa come qualcosa di superiore al piacere». (Russell)














Non si vuole qui insinuare che la via alla “beatitudine” sia appannaggio unico degli scienziati (o dei più “sensibili” tra loro). È vero però che è interessante come l'approccio scientifico – per definizione scevro da ogni emotività nella sua indagine – contempli il sentimento dell'amor dei intellectualis descritto nell'Etica di Spinoza. E quando questo non accade, ciò lo si deve al fatto che si è rimasti al livello della ragione, ovvero manca ancora quel momento conoscitivo che, pur non aggiungendo nulla alla conoscenza, consiste in un atto di intellezione il quale genera profondo coinvolgimento emotivo.

Per capire il 3° genere di conoscenza in Spinoza, credo ti vada bene qualsiasi manualistica, se già non lo conosci.
Soffermiamoci ancora su Spinoza, perchè ci serve il suo concetto di *antropomorfismo* (ma poteva andar bene anche Feuerbach per i nostri scopi): nell'Appendice alla Prima parte dell' “Etica” Spinoza nota che se Dio è l'ente massimamente perfetto (per definizione), allora è assurdo che sia subordinato a un “fine” durante la Creazione.

Il filosofo ribadisce una profonda avversione nei confronti del *pregiudizio finalistico*, criticando la concezione classica secondo cui Dio agirebbe, al pari degli uomini, secondo fini. Spinoza espone lunghe argomentazioni logiche, servendosi talvolta di parole accese, per sostenere fermamente l'inaccettabilità dell'idea di un Dio mosso da (o tendente a) finalità e obiettivi. Il finalismo, tratto tipicamente umano, viene attribuito a Dio, del quale però stentiamo a riconoscere l’essenza più autentica.

La *Creazione*, per Spinoza, non è un atto indifferente (cioè il 'creato' non avrebbe potuto essere diverso da come poi è stato fatto): la creazione è un atto necessario, massimamente compiuto, perfetto. In tal senso allora, dobbiamo dedurne - Spinoza praticamente lo afferma - che Dio dobbiamo chiamarlo “natura”.
E che c'è di più perfetto della natura? Si (ri)genera, si espande, si adatta, si avvicenda... La prova la abbiamo sotto gli occhi in ogni momento. Ma è una macchina, un meccanismo! E dietro di esso c'è solo un "orologiaio cieco"! Anzi, è più di un orologio... Un orologio sarebbe "fatto" da qualcuno: allora diremo che è piuttosto uno splendido e complesso meccanismo ad orologio, dove è vero che nulla avviene per caso (tralasciamo alcune scoperte scientifiche che sembrano reintrodurre il caso nel mondo fisico). Non per questo però significa che ci sia un fine, un motivo, un compimento, un giudizio, un percorso finalizzato.

Dovremmo essere capaci di stare di fronte all'assurdo e, anzichè elaborare soluzioni e consolazioni, dovremmo essere capaci - una volta per tutte! - di contemplare la meraviglia del nulla, anzichè lasciare che il "niente di senso" ci assorba nel burrone della disperazione. Ma questo esige una maturità dell'umanità. E noi siamo ancora sì e no degli adolescenti pieni di brufoli, pieni di complessi interiori senza senso... Stesi sul letto, ad ascoltare Marco Masini, chiedendoci perchè ci sentiamo così soli e sperduti.

Parlavamo della natura: essa certamente è qualcosa di più perfetto del Dio "antropomorfico" della tradizione, il quale avrebbe un "carattere" (irascibile, Vecchio Testamento; compassionevole - Nuovo Testamento!). Idea ridicola, palesemente fasulla e risibile a mio avviso. Anche questa una cosa umana, troppo umana...


Il problema, comunque, è quando guardiamo troppo in là. È questo il punto cruciale che mi preme sottolineare. Userò un'immagine per farmi capire:

  • io osservo, chino sul terreno, un fiore nella sua perfezione (sono ancora nella causalità stretta, non lo sto ancora “ammirando”, nè ne sto ancora deducendo nulla). Colgo dei nessi causali a livello botanico-biologico (la perfezione dello stelo; la funzionalità microscopica di ogni particella; ecc.)
  • sollevo lo sguardo orizzontalmente sul prato, ovvero ammiro la regolarità del Tutto, l'armonia e le ricorrenze implacabili e rassicuranti del Creato (provo la “beatitudo” di cui parla Spinoza). Bene. STOP!
---> Non devo alzare ANCORA più su lo sguardo, sennò finirò per vedere ciò che non c'è!

Guccini è un grande poeta, ma non mi trova d'accordo quando canta:

“E voi materialisti col vostro chiodo fisso,
che Dio è morto e l'uomo è solo in questo abisso;
la verità cercate per terra - da maiali -
tenetevi le ghiande e lasciatemi le ali”.

Beh, questo verso, splendido poeticamente, non lo condivido Lo sguardo deve restare a terra, se siamo onesti e in ricerca autentica. Se stiamo parlando (quanto più possibile) di verità e realtà. Non dobbiamo andare ad ipostatizzare nulla, nè guardare ad un “altrove” (fosse un ultramondo di stampo cattolico, platonico o chissà che...) o ad un "qualcun altro", orologiaio del mondo.

È tutto quaggiù, e ce n'è abbastanza.

Le ipotesi trascendentali sono un diletto della mente
... necessario, si badi bene!, ma pur sempre un diletto. Un espediente utile, si badi bene!, ma pur sempre un espediente.



Questo lo riconosce anche Nietzsche, il quale vorrebbe vedere negli uomini il coraggio di agire con “acutezza psicologica” l'inverso dell'abbandono cieco ed illusorio alle verità trascendentali ed irriflesse). Eppure egli stesso sa che la “fede cieca”, la speranza religiosa, la fuga dalle nostre angosce e fragilità (di esseri finiti e temporanei), sono espedienti che, complessivamente, rendono l'uomo più felice di quanto non lo faccia uno stoico atteggiamento implacabile, cinico e acuto. Aggiungo io: anche da adulti, restiamo dei poppanti bisognosi (Freud infatti nella religione ci vede poco più che una psicosi di massa, non a caso: tutti bimbi riverenti verso il Grande Padre castigatore).

Molti credenti, arrivati a questo punto, mi parleranno dell'incontrovertibile “forza” di questo spossante sentimento religioso di trasporto, amore e fascinazione verso il Tutto, che non può che far intravedere un Disegno, una Spinta, un Autore immensi e immensamente buoni...

Ma, usando ancora le parole di Nietzsche, io ipotizzo piuttosto che la nostra mente – che possiede il logos e (purtroppo e per fortuna) molte altre capacità – rincorre sempre la nostra finitezza e le nostre angosce. E costruisce sentimenti forti i quali, dopo numerose ed epocali stratificazioni culturali e accettazioni abitudinarie ed irriflesse, finisce per essere inspiegabile e trascinante.

Ma non è immediato e incontrovertibile!

Mi spiego: l'immenso amore per il tutto; la sensazione di sentirsi accuditi; il fatto di non riuscire a pensare che non c'è qualcos'ALTRO... eccetera, non dimostrano proprio nulla. Come suggerisce ancora Nietzsche:

«si formano rapide, abituali associazioni di sentimenti e di pensieri, che da ultimo, quando si susseguono con la rapidità del lampo, non vengono sentite nemmeno più come fatti complessi, bensì come unità. In questo senso si parla del sentimento morale e del sentimento religioso, quasi che siano pure unità: in verità sono fiumi con cento scaturigini e affluenti.»

In buona sostanza, il Padre del Sospetto qui lavora di fino e ci fa chiedere: sei sicuro che tu credente (e con “tu” intendo anche il “tu” dell'umanità, nel suo succedersi ed evolversi/involversi culturale e storico) non sia poi intriso, per tua stessa natura biologica, di:

  • convinzioni ereditate...
  • paure ataviche...
  • traumi esistenziali... (spiegabili tranquillamente come eredità del macro-trauma del distacco dall'utero: vedi Freud, Lacan, ecc.)
  • condizione psicologica di instabilità... (dovuta alla tua condizione di essere finito, vulnerabile, terrorizzato dalla morte: vedi Freud, ecc.)

Tutte condizioni che si CONDENSANO (rileggi il passao di Nietzsche!) in un un unico “frullato” che è il sentimento religioso (e/o morale), che a noi sembra tanto immanente ed evidente (che per alcuni è la PROVA decisiva dell'esistenza di Qualcosa di superiore).

Eh già.. Sì, proprio quello stesso “sentimento” che ha commosso SINCERAMENTE anche me stesso in alcune particolari condizioni: quand'ero di fronte a un prete iun po' n gamba.. ed ero fisicamente.. ed affascinato dalle fiamme accoglienti del fuoco scout di bivacco..

O la stessa accozzaglia di fattori (confusi, faticosamente individuabili!) che commuove mia nonna e la mia vicina di casa quando vanno in Chiesa.
Tutti fattori spiegabili... con numerose difficoltà, ma spiegabili psicoanaliticamente, sociologicamente, causalmente: scientificamente, insomma. In fondo, come nota acutamente M. Onfray:

«Dio nasce dal rigore, dalla rigidità e immobilità dei cadaveri dei membri della tribù».

E da quel momento in poi, colto dal terrore, l'uomo ha iniziato a mettere in piedi totem, invocazioni, divinità, rituali...
La forza che queste credenze ed abitudini hanno oggi, si deve alla stratificazione temporale. Tanto che adesso, dopo secoli, è chiaro che sembri a tal punto strabiliante e incontrovertibile la potenza della manifestazione divina nell'animo umano: per forza, ha avuto secoli di "palestra" utile al proprio rafforzarsi. Il mito, del resto, non morirà mai: nasce con l'uomo. Infatti credo anch'io che:



«l'ultimo Dio sparirà con l'ultimo uomo. E con lui spariranno il timore, la paura, l'angoscia, le macchine per creare divinità. Il terrore di fronte al nulla, l'incapacità di considerare la morte come un processo naturale, inevitabile, col quale è necessario venire a patti. [...] Come pure la paura per la mancanza di senso e l'assurdità, cioè l'addomesticamento del “nulla”»
(M. Onfray)

L'obiezione finale poi la conosco a memoria oramai: il credente mi dirà:

“Sì, ok. Ma continui a dare un nome scientifico e logico (“trauma infantile”; “angoscia primordiale”; ecc.) a qualcosa che non puoi spiegare con le parole miserabili di te, uomo terreno. Tu dai miseramente un nome ristretto a sensazioni e sentimenti immanenti, indescrivibili, indicibili, incontrovertibili.”

Ma come sostiene Dawkins:

quando si comincia a predicare l'esistenza di qualcosa che è indicibile, intangibile e inguardabile, allora si è fatto il passo vincente: non si può negare o dimostrare che non esiste qualcosa che tu affermi essere senza corpo, senza forma, senza luogo...

Per ora chiudo qui. Gli spunti e le obiezioni, ovviamente, sono infiniti..

Luca

7 mag 2010

Filosofia, etica e azione politica...

Il tema è infinito (lo so dalla mole di discussioni labirintiche sulla questione, che spesso ho intrattenuto con amici sia credenti, che nichilisti e cinici, che impegnati politicamente).

Tuttavia mi ha fatto riflettere questo brano di Martha Nussbaum, su cui sorrideranno compiaciute molte persone "realistiche" e diffidenti verso quella "ascesi" di stampo filosofico, che dall'alto del suo "distacco" non pensa alla semplice pagnotta da portare a casa.

"Nietzsche crede nella profonda unità tra la nostra natura fisica e quella spirituale, sostenendo che l'essere umano è un animale, e che abita senza residui il mondo naturale. E così appare particolarmente strano che, nella sua critica della compassione, Nietzsche si rifiuti di ammettere che gli esseri umani hanno bisogno dei beni esteriori per poter vivere"

Ma soprattutto:

"In tutto il suo lodare, alquanto astratto e romantico, la solitudine e l'ascetismo, non troviamo traccia della semplice verità che una persona affamata non può pensare bene, che chi non ha un riparo, le fondamentali cure mediche, e gli altri mezzi elementari per la vita, non è probabile divenga un filosofo o un artista che esprime se stesso, non importa quali siano i suoi talenti innati."

Nietzsche fa riflettere molto spesso, ed è uno scrittore della madonna. Ha guardato anche nel labirinto perverso della mente umana (e della società). Però a volte parla dall'alto di una posizione alquanto incompleta e "distaccata".
Numerose volte mi ha irritato dialogare con persone che parlando di "distacco dalle ansie di tutti i giorni", che ostentano un "menefreghismo" spinto di stampo nichilista. Un'irritazione, la mia, verso chi critica il vano affanno di chi difende l'acqua pubblica, l'istruzione pubblica, la sanità pubblica, i diritti sindacali, le politiche di welfare, il lavoro a tempo indeterminato; di chi si impegna contro l'emarginazione sociale, contro la miseria sociale in generale insomma..
Nella loro prospettiva, difendono una posizione pretesa come assoluta (nulla ha valore, solo i cazzi miei mi interessano), ma dimenticano il fatto che, se hai la possibilità di sperimentare e vivere l'arte; se puoi fare quello che ti pare; se puoi vivere tranquillamente, cullandoti nel tuo nichilismo post-moderno.. lo devi alla democrazia, al benessere (fittizio, lo so, ma tuttora comunque presente) preservato (per quanto ancora?) dall'attenzione sociale di alcuni. Se potremo speculare liberamente lo dovremo alla difesa dell'istruzione pubblica, per esempio. Se potremo avere il tempo di "fruire allegramente" delle arti più disparate lo dovremo al fatto che non dobbiamo lavorare 12 ore al giorno o emigrare ogni 2 mesi; al fatto che non dobbiamo fare la carità per poterci operare in ospedale. Eccetera.

E' come uno che dice: mi godo il panorama dal pontile, tanto ho avuto la fortuna di nascere Capitano. Dimenticando che sono i marinai a preparare il rancio. Dimenticando che ti puoi godere il panorama perchè stai navigando in esplorazione e, al momento, fortunatamente non sei in guerra e la tua imbarcazione può veleggiare tranquilla.

Che ne pensate?
Comment, please!

24 feb 2010

Vivere il senso del 'mistero'. Differenza tra religione e religiosità.

Quest'altro passaggio di Bobbio ben esprime ciò che sostengo da tempo, ovvero un punto di contatto tra credenti e non credenti: il senso del mistero e l'umiltà che impone tanto al credente, quanto all'ateo e al credente.

«Io non sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità.



Religiosità significa per me, semplicemente, avere il senso dei propri limiti, sapere che la ragione dell’uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità, all’immensità dell’universo. L’unica cosa di cui sono sicuro, sempre stando nei limiti della mia ragione – perché non lo ripeterò mai abbastanza: non sono un uomo di fede, avere la fede è qualcosa che appartiene a un mondo che non è il mio – è semmai che io vivo il senso del mistero, che evidentemente è comune tanto all’uomo di ragione che all’uomo di fede. Con la differenza che l’uomo di fede riempie questo mistero con rivelazioni e verità che vengono dall’alto, e di cui non riesco a convincermi […] Ma quando sento di essere arrivato alla fine della vita senza aver trovato una risposta alle domande ultime, la mia intelligenza è umiliata. Umiliata. E io accetto questa umiliazione. La accetto. E non cerco di sfuggire a questa umiliazione con la fede, attraverso strade che non riesco a percorrere. Resto uomo della mia ragione limitata – e umiliata. So di non sapere. Questo io chiamo “la mia religiosità”.



[…]Io non credo […] Anch’io sono cresciuto, come quasi tutti in questo paese, in una famiglia cattolica, e ho avuto una formazione cattolica. Preghiere, preghiere, preghiere… Le ho talmente ripetute (sia in latino, come si usava una volta, sia in italiano) che le ho quasi dimenticate. Ho fatto la prima comunione, e anche un matrimonio religioso (anche mia moglie però non è credente).
E alla domanda su quando e perché ho perduto la fede non è facile rispondere. Forse verso i vent’anni. Certo, lo studio della filosofia, anche. Tutte queste domande sui problemi di metafisica, diciamo così, e il rendersi conto che le risposte della fede implicavano credenze difficili da accettare.



La credenza nei miracoli, ad esempio, per un razionalista è la cosa più assurda. Altrettanto è il dover credere in ciò che ad ogni essere di ragione appare come mito, cominciando dal peccato originale […] Ho continuato a riflettere sui grandi temi dell’esistenza e nessuna delle risposte della religione mi ha mai convinto […] La scienza qualche progresso lo ha fatto. La fede non risponde alle domande, può solo evitarle. Questo è il suo vantaggio e la sua debolezza, almeno di fronte alle persone che ritengono che l’unico lume legittimo – per quanto piccolo – con cui possiamo dire sì o no, vero o falso, è la ragione. E l’esperienza. La ragione e l’esperienza sono i due lumi dell’uomo così come è. La religione è una creazione umana»

(«Religione e religiosità», testimonianza apparsa su MicroMega n. 2/2000, pp. 7-10).

Il coraggio di vivere il dubbio senza ricorrere alla credenza.

«… Di fronte ai grandi problemi mi ritengo un uomo del dubbio e del dialogo. Del dubbio, perché ogni mio ragionamento su una delle grandi domande termina quasi sempre, o esponendo la gamma delle possibili risposte, o ponendo ancora un’altra grande domanda. Del dialogo, perché non presumo di sapere quello che non so, e quello che so metto alla prova continuamente con coloro che presumo ne sappiano più di me.
Ho sempre avuto un grande rispetto per i credenti, ma non sono un uomo di fede. La fede, quando non è un dono, è un’abitudine; quando non è né un dono né un’abitudine, deriva da una forte volontà di credere. Ma la volontà comincia dove la ragione finisce: io mi sono sinora arrestato prima. Mi è anche completamente estranea la fede nella ragione. Non ho mai avuto la tentazione di sostituire la Dea Ragione al Dio dei credenti. Per me, la nostra ragione non è un lume: è un lumicino. Ma non abbiamo altro per procedere nelle tenebre da cui siamo venuti alle tenebre verso le quali andiamo. Com’è nato l’universo? Come finirà? Che parte ha in esso l’uomo, questo essere che, a differenza di tutti gli altri esseri viventi che conosciamo, non solo è nel mondo ma s’interroga sul suo posto nel mondo, o, per usare il termine classico di tutta la nostra tradizione, sul suo destino che è per essenza “cieco”? Che è immerso nel male dell’universo, o almeno in quello che secondo il suo giudizio è male, e si pone la domanda, da quando ha cominciato a riflettere sulle cause e sui fini: “Perché il male?”, una domanda cui non è mai riuscito a dare una risposta convincente? Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che non vi è riuscita la scienza, e qui intendo per “scienza” il complesso delle conoscenze acquisite con l’uso della nostra intelligenza. Ma vi sono riuscite le religioni? Parlo di risposte convincenti, di cui questa stessa intelligenza si possa appagare, non di risposte consolatorie e quindi illusorie, che appagano l’animo di coloro che vogliono, disperatamente vogliono, per l’enormità e l’insopportabilità del male di cui soffrono, essere consolati. Al contrario del lumicino della ragione, la fede illumina, ma spesso, per troppo illuminare, acceca. Donde nascono, se non da questo accecamento, gli aspetti perversi della religione? L’intolleranza, la coazione a credere, la persecuzione dei non credenti, lo spirito di crociata? Non riprenderei questo vecchio argomento, tacendo il quale peraltro non si comprende la battaglia dei “lumi” così caratteristica del pensiero moderno, se non fosse che questo stesso argomento viene continuamente usato con la stessa partigianeria per imputare al processo di secolarizzazione tutte le perversioni del nostro secolo, come se l’età più cruenta prima delle due guerre mondiali non fosse stata quella delle guerre di religione».

(Elogio della mitezza e altri scritti morali, Linea d’ombra, Milano 1994, pp. 8, 187-188).

24 nov 2009

La preghiera è utile o dannosa? Può esistere una spiritualità senza la religione?

Ciao,
un amico mi ha inviato un commento ai due precedenti post. Lo incollo qui, inaugurando di fatto un nuovo argomento (molto interessante, direi). Se avete problemi nell'inserire commenti insistete, perchè tre miei amici ci sono riusciti (o scrivetemi su facebook, mi chiamo Luca Nuzzi).
Ringrazio tantissimo Christian per l'utile contributo, che implica profonda riflessione a 360° da parte mia. Avrei da ribattere (per esempio sarei subito tentato dal chiarire il termine 'misticismo', usato forse in modo inesatto) ma mi prendo - al solito - qualche giorno per rispondere; mi ci metterò su nel week-end probabilmente. Stavolta la questione sembra dunque più complessa ma molto interessante, ed impegna su più fronti. Per alcuni di voi potrebbe essere una sorpresa sapere cosa penso al riguardo... In ogni modo si esige davvero, da parte mia, un grande sforzo filosofico e grande dispendio di risorse emotive, intellettuali e didattiche per rispondere nella miglior maniera possibile. Cercherò comunque di farlo in maniera coincisa e chiara, rimandando però a testi ed autori ben più autorevoli di me (per chi volesse approfondire l'argomento, diciamo).

Intanto vi incollo qui il testo e attendo ansiosamente vostri commenti, anche per facilitarmi la focalizzazione di alcuni aspetti rispetto ad altri.


Articolo di Christian:

Volevo solo abozzare un paio di provocazioni relativamente a spiritualità e preghiera, che dici di considerare diversamente dalla religione.

Ma vi possono essere spiritualità e preghiera non corrotti dalla religione? Non è la religione presupposto per entrambe?

A mio avviso per essere immacolata la spiritualità dovrebbe essere slegata dal misticismo, in quanto ciò che è mistico esiste per fingere, traviare, nascondere la verità. È possibile una spiritualità demistificata? La si può chiamare con lo stesso nome? O forse si finirebbe per chiamarla razionalità, o parallelamente "sentimento morale"?

Che cosa salveresti della preghiera?
Il contatto col divino non è forse anch'esso traviante?
Chiedo a dio di aiutarmi in qualcosa perché?
Perché ci rinuncio, non credo in me. La preghiera è spesso una scusa per non provare nemmeno a fare qualcosa per risolvere un problema, diventa la giustificazione dello status quo, l'accettazione dei soprusi, la rinuncia a se stessi, negazione di sè, mortificazione di sè. Dio può, senza dio non posso far nulla, la libertà non esiste, il libero arbitrio non esiste perché non siamo nulla senza dio, quindi prego. Pregare diventa negare, pregare diventa abnegazione, limitare le proprie possibilità a possibilità subumane.

Se invece prego per cercare la vicinanza a dio, non prego forse perché rinuncio alla ricerca, aspettando una risposta dall'alto - risposta che poi non arriverà-? Si ripete similmente lo svuotamento di sè e lo svilimento dell'uomo, delle sue possibilità, dei suoi valori.

La spiritualità ha valore solo se secolarizzata, se si intende qualcosa che io chiamerei "sentimento morale"; diversamente porta al traviamento, al perdere la propria "anima" (mi si passi ugualmente il termine).

La preghiera non serve a migliorare la propria condizione e non serve a migliorare se stessi . E' invece indice di rinuncia a migliorare la propria condizione e di negazione dell'uomo.

-- Christian Paolo Piazza --

22 nov 2009

Le mie convinzioni sulla reliquia e sulla religione. Risposta alle obiezioni di Salvo.

Rispondo a Salvo (vedi post precedente):

Io non detesto nè sbeffeggio la spiritualità dell'uomo, mi accanisco contro ben altro. Il fatto per esempio che da 'segno' e 'ricordo' (che dovrebbe solo RIMANDARE ad altro) la reliquia diviene un oggetto di culto a sè stante, lontanissimo da tutto il resto dell'enorme messaggio etico di Gesù. La reliquia, così come il recarsi nei luoghi sacri, diviene gesto sacro e buono di per se stesso (un classico: "andare da Padre Pio almeno una volta all'anno" basterebbe, nella testa di molti, a salvarsi e a sentirsi a posto con la coscienza). E quindi da 'adorazione' diventa spessissimo 'venerazione'. Il Papa, nella testa di molti, non è visto come 'ministro di Dio' ma come Gesù/Dio stesso. La calca di gente che tenta di toccarlo ne è la prova: è un idolo egli stesso, non un testimone di altro.

La questione del termine "tribale" (che so cosa significa): voleva essere, effettivamente, una provocazione di ampio respiro: dal 1492 in poi erano reputate inferiori tutte quelle popolazioni 'tribali', per cui il termine s'è andato connotando negativamente e si è contrapposto al 'sano e moderno' progresso (fatto di piombo e Inquisizione). A proposito: nessuno ha alzato un dito quando l'Inquisizione impalava presunti infedeli nel nome di Gesù (!), quindi sei ingenuo a chiedermi:

"in nessun passo delle Scritture vi è un divieto di venerare "altro Dio"; se non fosse così, come mi spieghi il pullulare di madonne, santi, beati e martiri in tutto il cristianesimo senza che nessuno abbia mai alzato un dito!?"

E chi doveva alzare un dito contro la venerazione? Gli stessi che chiedevano soldi per 'spostare' i defunti dal purgatorio al paradiso? O coloro che terrorizzavano la gente con Torquemada e le torture? Si noti bene dunque che nella religiosità di molti spesso Gesù è SPARITO per lasciar posto a una fila smisurata di santi e madonne. Sia detto peraltro tra le righe: la verginità della Madonna pare sia frutto di un errore di traduzione di Matteo (che traduce l'ebraico 'alma-giovane donna' nel greco 'parthenos-Vergine'). Per quanto riguarda l'esistenza storica di Gesù ho letto argomentazioni di segno opposto, che indicano in Gesù il confluire di diverse figure mitologiche perite all'età di 33 anni molto simili al Cristo. In ogni caso, chi mi assicura che facesse miracoli? Inoltre, a proposito dell'idolatria:

- "Non farti scultura [idolo], immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra.Non ti prostrare davanti a loro e non li servire" (Deuteronomio, 5:8)

- "La vostra scelleratezza vi sarà fatta ricadere addosso,voi porterete la pena della vostra IDOLATRIA,e conoscerete che io sono il Signore" (Ezechiele, 23:49)- "Perciò, miei cari, fuggite l'idolatria" (Corinzi, 10:14)

- "Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, IDOLATRIA, stregoneria, inimicizie..." (Galati, 5:20)

- "affinché non vi corrompiate e non vi facciate qualche scultura, la rappresentazione di qualche idolo, la figura di un uomo o di una donna" (Deutoronomio, 4:16)

Eccetera... E infatti il mio prof. di Studi Ebraici, ebreo, è indignato verso il cattolicesimo (sia per l'errore della traduzione "vergine" sia per l'idolatria dilagante). Per quanto riguarda le Forze Armate la Chiesa secondo me non dovrebbe nè benedirle nè maledirle. Perchè infatti NON E' SUO COMPITO interferire in fattori così terreni. Deve dare linee-guida, non sottoscrivere (implicitamente) la giustezza di un ordine sociale. Dovrebbe lavorare per la carità e per la giustizia sociale (dove, guarda caso, verrebbe meno drasticamente il bisogno di eserciti e di contenimento della violenza). Così facendo invece giustifica di fatto uno stato di cose presenti anzichè lavorare per il vero progresso della spiritualità e un messaggio di fratellanza e pace. Quale fratellanza giustifica e benedice? Quella delle bombe che abbiamo messo noi in mano agli africani e agli asiatici e che ora vogliamo impedire che facciano del male e provochino genocidi di massa? La Chiesa dovrebbe lacrimare, essere costernata ed esterrefatta dinanzi alle 'maniere forti', chiedendosi perchè ciò sia necessario e cosa lei può fare affinchè ciò non accada. E' un'interrogazione profonda ed antropologica.. non che va là col dito e spennella acqua santa sulle divise (Dio santo, su delle DIVISE! Ma del resto figuriamoci, la casta sacerdotale vive di gradi, gerarchie ed uniformi varie).

Hai ragione tu, ognuno è libero di vivere il proprio culto, no problem. Infatti non ce l'ho con mio fratello che è buddista, ce l'ho con chi deforma/manipola/snatura un credo potenzialmente bellissimo per farne un manicomio disastroso. Il problema è che io tento di proporre una battaglia di ricerca critica della verità (da filosofo e umanista), per cui trovo assurdo costruire impalcature su impalcature a partire da travisamenti, errori di traduzioni, suggestioni e illogicità (spesso fantascientifiche o, peggio, ANTI-scientifiche). Lo sapevi che in alcune scuole americane c'è l'ora di Creazionismo anzichè quella di Evoluzionismo? Lo sapevi che, per ogni perplessità E PER GLI ARGOMENTI PIU' DISPARATI, filosofici e meno filosofici, il credente (quando è in cattiva fede o comunque con ingenuità) si rifugia sempre in un sorriso accompagnato dalla frase "e che c'entra, qui ci vuole fede" (anche quella nel Fuhrer era una fede: voglio dire, magari non creiamo danni, però siamo ciechi e accettiamo supinamente come VERITA' ASSOLUTA una roba ereditata culturalmente e mai messa in discussione).
Io credo che si possa pervenire ad una fede di qualche tipo, ma comunque dopo un percorso di ricerca interiore, letteraria, dialogata.. non così alla cazzo. Io sono stato credente, ma poi ho riflettuto a lungo (rifletto tuttora quotidianamente) e so che non è facile rifugiarsi nella fede nè TANTOMENO nell'ateismo (che poi una volta mi sono sentito dare del 'vigliacco' perchè ero ateo.. invece credo che il 'vigliacco' e 'pigro' sia chi si rifugia comodamente credendo che basti il Decalogo dei comandamenti a fare i bravi e a non sbruciacchiare nelle fiamme eterne).

Chiudo citando dalla rivista "Non credo":

Deismo, teismo, panteismo, agnosticismo, ateismo sono "ismi" che appartengono al legittimo ed anche colto mondo delle opinioni personali, non verificabili nè dimostrabili, ma cui ognuno può liberamente accostarsi ritenendola giusta per lui. Quale che sia questa opinione, finchè resta una visione di speranza individuale non fa alcun danno, anzi contribuisce al grande dibattito individuale. Il danno avviene, ed è grande, quando si passa all'associazionismo e colonialismo ideologico di massa che, avvalendosi del potere che detiene, come avviene nelle religioni istituzionalizzate e gerarchizzate, pretende di convertire o reprimere le libere opinioni altrui. Il pensiero umano dovrebbe restare avventura, presa di rischio, inseguimento di un ideale, amore pervasivo che non può essere ridotto a passiva infantile obbedienza a dogmi, cleri, libri e dicitur.
[Come nell'esempio ben documentato da "Jesus Camp" - documentario disponibile su Youtube e sottotitolato in Ita -, molte confessioni religiose, a diversi livelli e con modalità differenti, impongono] riti di iniziazione e condizionamenti psichici fin dalla più tenera età, che pretendono obbedienza e che troppo spesso perseguitano il dissenso. Invece l'etica collettiva e la morale individuale non provengono da queste organizzazioni bensì dal profondo del cuore degli umani, dal vibrare dello spirito, dalla empatia dei sentimenti: questi sono però traguardi laici, della nostra specie e del suo patrimonio filogenetico e non vi è necessità di mediazioni, oltrettutto così diverse ed incompatibili e ostili tra loro (quali sono le religioni istituzionalizzate). [Le religioni possono - in rari casi - contribuire ad una crescita individuale autentica, ma in tantissimi casi sono] controproducenti nel percorso di automaturazione dell'etica e del messaggio morale".

Concludendo dunque il discorso, credo di aver fatto una panoramica (certamente non esaustiva) su numerose questioni fondamentali e su alcune mie convinzioni. Il problema del dogma è, sostanzialmente, quello di radicarsi (in quanto appunto è 'dogma'), fino a incancrenirsi ed assumere una natura ALTRA rispetto a quella iniziale. Il dogma rallenta o impedisce il percorso (che è progresso ma anche, purtroppo, regresso) dello Spirito delle epoche. Tale Spirito forse non ha direzione (contrariamente alla concezione hegeliana), ma la religione si fissa su un Evento (o pseudo-tale), cercando in alcuni (pochi e illuminatissimi) casi di scavarvi a fondo per reperire un senso, una crescita; nella stragrande parte dei casi è però stasi, incurvamento, cecità... dogma, appunto.

31 ott 2009

Obiezione corposa al mio precedente blog (sulla testa della Santa)

Salvatore, un ragazzo che conosco di persona, è un mio amico meridionale (come me) e che, da meridionale, sicuramente avrà vissuto di persona molti moldi particolari di vivere la religione (soprattutto al Sud). Per cui sono felice che abbia scritto un'interessantissima e corposa obiezione al post precedente su S. Caterina. Lo riporto di seguito, perchè lui non c'è riuscito (a proposito, se avete problemi a postare i commenti contattatemi su Facebook):

-- L'esposizione di reliquie, religiose o pagane, non ha nulla a che fare con l'estetica: il significato e l'importanza di una reliquia è altrove, e credo vada rispettata, qualsiasi sia la sua natura; non farlo sarebbe non rispettare i fedeli. Ti invito ad informarti meglio sui millenni di storia in merito, soprattutto per capire che la venerazione delle reliquie è insita nelle consuetudini consolidate di numerosissimi popoli e non un evento limitato alla sfera cristiana.
Il termine "tribale" non è affatto offensivo (è organizzazione sociale in tribù o al massimo la cultura delle società tribali...punto!); cosa c'entrano i cacciatori di teste con l'Africa? altro errore assurdo è la confusione tra "venerazione" e "adorazione, che conoscono anche i bambini di 10 anni: in nessun passo delle Scritture vi è un divieto di venerare "altro Dio"; se non fosse così, come mi spieghi il pullulare di madonne, santi, beati e martiri in tutto il cristianesimo senza che nessuno abbia mai alzato un dito!? diverso è il discorso per i musulmani, per i quali sappiamo che è addirittura vietato alcun tipo di raffigurazione della divinità.
sulle forze armate: non è che si benedice l'esercito in quanto corpo o in quanto "arma" per annientare gli infedeli...si benedicono le persone che fanno quel lavoro, spesso anche rischioso per la vita. inutile star qui a parlare di trattati internazionali o della disciplina dell'uso della forza, ma in generale non penserei alle forze armate esclusivamente come a coloro che fanno guerre e ammazzano: fanno anche molto altro, basti pensare agli agenti di scorta o ai caschi blu (che fanno peacekeeping).
infine, Gesù è esistito ed è un FATTO storico; non è assurdo vivere in questo modo il culto...poiché nessun modo di vivere alcun culto è assurdo..va accettato e capito, soprattutto per rispettare chi professa. ti scrive uno ke non crede (e soprattutto non ha simpatia per queste vivisezioni o cmq in generale per la fede vissuta in questo modo). il punto è ke il tuo articolo, nonostante abbia il fine di "aprire le menti" di fedeli e non, rischia di porre dei paraocchi: tutto è scritto in un'ottica troppo ristretta, senza saper bene di cosa si parla e soprattutto con l'unica aspirazione di criticare (o meglio sbeffeggiare).
p.s. = non avevo tempo (né voglia, visto anche che viviamo a 2 passi) di approfondire meglio ciò che intendevo dire e forse dal modo in cui ho scritto non è stato chiaro il bersaglio della mia critica. magari ne parleremo da vicino ---

Questo è il suo commento. Io ovviamente avrei di che rispondere, però aspetterei per qualche giorno l'intervento di qualcun altro, dopodichè inserirò le mie idee.

Un caro saluto,

Luca